Il valore comunicativo del sorriso

 

Sorridere.
È un’azione tanto facile e spontanea per alcune persone quanto rara e difficile per altre.

Vi sono individui che percepiamo e definiamo solari perché con il loro sorriso illuminano il loro viso e chi li circonda, e persone che, con la curva all’ingiù della bocca, comunicano al mondo tristezza e insoddisfazione.

[Tempo di lettura: 6 minuti circa]

Ma che cos’è un sorriso?

Il sorriso è un moto espressivo, un’espressione facciale che indica affetti positivi quali la felicità, la tenerezza, il piacere, la disponibilità verso l’altro e fa parte dei segnali di comunicazione non verbale.

La comunicazione non verbale è uno dei 3 canali della comunicazione umana:

  • la comunicazione verbale, che riguarda il linguaggio e le parole;
  • la comunicazione paraverbale, che riguarda tono, timbro, volume della voce, velocità e ritmo dell’eloquio;
  • la comunicazione non verbale, che riguarda la mimica facciale, i movimenti del corpo, la postura e la distanza interpersonale (prossemica), l’aspetto esteriore.

Se il primo canale trasmette prevalentemente informazioni e quindi contenuto, gli altri due canali trasmettono aspetti emotivi che riguardano soprattutto la relazione fra i comunicanti.
Nel secondo assioma sulla comunicazione umana, Paul Watzlawick definisce che, in ogni comunicazione, accanto a un aspetto di contenuto, ve ne è uno di relazione.

Ciò significa che non conta solo che cosa si sta dicendo, ma anche a chi lo si sta dicendo, come e in che contesto avviene lo scambio.

Il sorriso fa parte degli aspetti relazionali della comunicazione umana ed è per questo che, se si desidera essere dei comunicatori efficaci, è opportuno tenerlo in considerazione all’interno dei propri scambi relazionali.

La nascita del sorriso

Il sorriso compare fra il primo e il secondo mese di vita di un essere umano come reazione a stimoli esterni, ad esempio suoni, voci, immagini o presenza di figure familiari ed è innato e universale: qualunque neonato sorride, di qualsiasi provenienza etnica esso sia, e sorridono anche i bambini con una cecità congenita.

Il sorriso si evolve nell’arco dello sviluppo umano:

  • la fase del sorriso riflesso avviene nei primi mesi di vita di un bambino. Il neonato sorride senza stimoli identificabili: un semplice cambiamento di luminosità nell’ambiente o qualsiasi oggetto animato o inanimato che venga riconosciuto basta a provocare il sorriso;
  • fra il terzo e il settimo mese di vita, il neonato sorride ai volti umani, dimostrando così di riconoscere la forma del volto di una persona e differenziandola da oggetti di altro tipo;
  • dopo il settimo mese di vita, in concomitanza con la comparsa della paura dello sconosciuto, fa capolino il sorriso selettivo, cioè il bambino sorride solo ad alcuni individui selezionati, quelli che conosce. Tante volte in questa fase gli adulti che si occupano del bambino si preoccupano, temendo che il bambino abbia “cambiato carattere”, non accorgendosi invece che egli ha compiuto un nuovo passo evolutivo.

A cosa serve il sorriso?

Il sorriso porta con sé alcune funzioni biologiche di base importantissime, ad esempio quella di permettere e sostenere la vicinanza sociale: il sorriso di un bambino è uno stimolo sociale che scatena il suo rapporto con la madre, poiché quando la mamma riceve un sorriso dal proprio bambino, ella reagirà amorevolmente, prolungando la sua attenzione, il suo accudimento e la sua cura.
Il sorriso è un invito all’avvicinamento: un comportamento di saluto, l’espressione della disponibilità della persona all’approccio e all’avvio di una relazione sociale.
Il sorriso è di grande efficacia nell’annullare le minacce competitive in atto: talvolta, infatti, è sufficiente un sorriso autentico per dichiarare la propria disponibilità e non conflittualità verso gli altri.

E il sorriso è contagioso: trova rispecchiamento nell’altro e genera disponibilità all’approccio e alla relazione.
A ben pensarci, potremmo dunque affermare che il sorriso è uno strumento relazionale potente a nostra disposizione.

In più, sembra che sorridere faccia bene anche per lo stress, riducendo il livello degli ormoni che lo scatenano, come il cortisolo e l’adrenalina, e aumentando quello degli ormoni che regolano l’umore, come le endorfine.

Può un sorriso abbattere le barriere personali?

“La comunicazione è un tipico fenomeno sociale di natura permissiva in quanto riduce le barriere personali”

E. Miotto.

Non è detto che si riesca, ma senza alcun dubbio indossare un sorriso può essere un buon passepartout per far aprire il portone d’ingresso a una persona: per farsi ben volere, intraprendere una conversazione o inserirsi in una già in atto.
Ad esempio, se proviamo a entrare in una sala che ospita un meeting aziendale, è altamente probabile che troveremo più interlocutori con cui intraprendere una conversazione se il nostro volto si mostrerà sorridente, piuttosto che con una espressione impassibile o scura, proprio perché il sorriso è un segnale non verbale che comunica disponibilità e apertura.

Se ci riflettiamo con attenzione, noteremo come il sorriso riguardi principalmente le interazioni sociali che intratteniamo: sorridiamo di più quando ci troviamo in compagnia di altri, piuttosto che quando siamo da soli. Sorridiamo perché il sorriso promuove e facilita le relazioni sociali e il loro mantenimento, e non solo perché siamo felici.

Sono tutti autentici i sorrisi?

Con il procedere dell’età e dell’esperienza, impariamo che non tutti i sorrisi sono veri.
Ekman e Friesen hanno distinto 3 tipologie di sorriso:

  • il sorriso spontaneo, che coinvolge l’intero volto con il sollevamento degli angoli della bocca, mostrando i denti e contraendo i muscoli orbicolari;
  • il sorriso simulato, che coinvolge solo i muscoli zigomatici;
  • il sorriso miserabile o forzato, che coinvolge la zona inferiore del volto.

I muscoli interessati nel sorriso sono 2: il grande zigomatico, che decorre sul lato della faccia e giunge all’angolo della bocca, e l’orbicolare dell’occhio, che tende gli occhi all’indietro.
Il primo tende la bocca, fa esporre i denti e aumenta il volume della guancia, mentre l’orbicolare dell’occhio fa socchiudere gli occhi e determina le cosiddette zampe di gallina.
Il grande zigomatico è volontario e quindi, essendo controllabile, può essere usato per abbozzare falsi sorrisi. Il secondo invece è involontario e rivela i veri sentimenti che inducono a sorridere con sincerità. Di conseguenza il primo segnale per comprendere se un sorriso è sincero sono le zampe di gallina intorno agli occhi: un sorriso autentico parte quindi dagli occhi più che dalla bocca!

Sorriso e autostima

Esiste un legame fra la stima che si ha di sé e la propria disponibilità a sorridere?

Il sorriso riguarda questioni profonde legate al senso di sé e alla propria efficacia relazionale, oltre che al proprio “potere personale” per dirla alla Rogers, e ha radici nella propria infanzia e nelle prime relazioni significative sperimentate; inoltre si collega alla propria autostima.

L’autostima, che in psicoanalisi definiamo narcisismo sano, è una componente emotiva dell’individuo e dipende da molteplici fattori:

  • dalla storia di vita che il soggetto ha avuto;
  • dai riscontri, attuali e trascorsi, che riceve nei suoi ambiti di vita;
  • dalla sua percezione, sia del sé psichico sia del sé corporeo.

L’autostima è intimamente connessa alle qualità che ammiriamo e idealizziamo, in noi stessi e negli altri: che cosa ammiro negli altri? quali sono le parti di me che mi fanno sentire soddisfatto o di cui vado fiero?

L’autrice Alice W. Pope, sostiene che la stima di sé abbia origine dal confronto tra l’immagine che ciascuno ha di se stesso e l’immagine di ciò che si vorrebbe essere.

In questo senso, tanto più il “come siamo” è lontano da il “come vorremmo essere” tanto più ci si sente come persone di minor valore e si prova insoddisfazione nei propri confronti. E tanto meno si sorriderà.

L’autostima è solo una componente del nostro benessere psicologico, ma funziona come una particolare lente che ingigantisce o miniaturizza le nostre risorse personali; inoltre non è una condizione permanente, ma è modificabile e su di essa è possibile lavorare.

Ed è per tale motivo che le persone che riescono a lavorare su di sé modificando il proprio benessere psicofisico, riescono poi a modificare anche la propria capacità di sorridere e di aprirsi al mondo.

Ma attenzione perché il sorriso è anche un segno di disponibilità verso l’altro, quindi può trasmettere anche un significato di sottomissione: infatti personalità dominanti alla Clint Eastwood o alla Margaret Thatcher raramente sono state viste sorridere, almeno in contesti pubblici, poiché non volevano trasmettere un messaggio di eccessiva disponibilità o sottomissione.

Il sorriso ha un potere enorme per migliorare la nostra autostima, ridurre i livelli di stress e rendere più efficace le nostre relazioni. Fa bene a noi e fa bene agli altri. In più è contagioso.
Sorridere permette di aprirsi agli altri e di abbattere le barriere interpersonali, per dirla come Miotto. Consideriamolo oltre che un piacere e un toccasana per mente e corpo, anche uno strumento relazionale da tenere sempre a portata di mano.

 

 

Se ti interessa la tematica della comunicazione, e in particolare della comunicazione non verbale, puoi leggere anche L’abito fa il monaco, un articolo che ho scritto e pubblicato per il blog di Rete al Femminile Biella.

 

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