Psicoterapia ai limiti

Conosco Matteo un mercoledì d’estate.
Matteo ha da poco superato i 30 anni, è laureato, ha iniziato a lavorare da poco e vive in casa con i genitori a cui è strettamente legato, nel bene e nel male.

La storia di Matteo è quella di un giovane uomo timido e introverso, fidanzato da lungo tempo con una ragazza che a seguito della malattia lo lascia.

Reticente per più di un anno a ogni tipo di terapia, farmacologica o psicoterapica, a seguito di un recente ricovero, Matteo approda in studio da me, su prescrizione dello psichiatra che si occupa della parte farmacologica che, viste le condizioni del paziente, ritiene indispensabile l’avvio di una psicoterapia.

Matteo ha avuto un ricovero in psichiatria per una diagnosi di schizofrenia.

Matteo ha episodi di delirio che, ogni volta, lo costringono a un ricovero e a essere fortemente contenuto sia con i farmaci sia fisicamente. Durante le nostre prime sedute Matteo mi racconta di questi episodi durante il suo ricovero.
Il ricovero sembrava essere stato un fulmine a ciel sereno, avvenuto probabilmente a causa del suo rifiuto ad assumere i farmaci prescritti.
Matteo non accetta di essere malato.

Quando lo incontro in seduta per la prima volta, appare davanti a me un ragazzo più che un uomo, dai lineamenti gentili e lo sguardo basso.
Esordisce dicendo: “Non so cosa si deve dire in una psicoterapia…”.

In psicoterapia non ci sono cose da dover dire; ci sono cose che si possono voler dire

Questa è la psicoterapia: raccontare di sé, aver voglia di raccontare ciò che capita.
Ciò che capita nel mondo esterno e nel mondo interno.

Perché, se ci pensiamo bene, credo che ognuno di noi si possa accorgere che gli eventi che accadono nella nostra vita quotidiana hanno poi una ripercussione dentro di noi:

come mi ha fatto stare quella frase che mio figlio mi ha detto? E cosa ho provato quando ho visto quella persona? Come mi sono sentito in quell’incontro di famiglia? A cosa pensavo durante quel pranzo di lavoro?

Sembrano domande banali, eppure non è sempre facile trovare una risposta: la quotidianità porta via dal sentire e dal sentirsi, presi come siamo da tutto (il lavoro, la spesa, i ragazzi da andare a prendere a scuola e portare a calcio…).

Fermarsi e prendere contatto con se stessi a volte è quasi un lusso. I pensieri si ingarbugliano dentro di noi in una matassa che sembra inestricabile.

Una nuova prospettiva

Per questo un terapeuta può aiutare il suo paziente: perché ci si mette in 2 a sbrogliare quella matassa, fatta di sentimenti e pensieri che mettono a dura prova perché generano angoscia.

Bloccano. Immobilizzano. Fanno impazzire.

È l’unione di 2 menti che riflettono assieme su che cosa sta accadendo e su che cosa si sta vivendo. Il terapeuta può offrire al suo paziente prospettive diverse e nuove da cui guardare la situazione.

È lavorare affinché quella capacità di pensare i pensieri diventi poi del paziente. È più facile, no, se siamo in due?

È lavorare insieme per riuscire a focalizzare i punti di forza, le risorse e le opportunità da cogliere.

È scoprire che cosa ci piace, che cosa ci fa stare bene, imparare a perseguire il nostro bene. E pure scoprire che cosa non ci piace, che cosa non ci fa stare bene e scegliere a cosa dire di no perché magari per noi è una trappola emotiva o relazionale e poi riuscire a dire di no.

Ci sono pensieri che sembrano squali capaci di attaccare all’improvviso e che provano a tirare giù nel profondo degli abissi.

Così, in terapia, ci si dota di buona volontà, di una buona dose di fiato, di una torcia subacquea, e se serve anche di un arpione.
E ci si immerge, mano nella mano, negli abissi per vedere cosa c’è. E poi, risalire. Insieme.

Questo ho fatto con Matteo.
Sono scesa con lui nei suoi abissi, che nei momenti più acuti della malattia erano fatti della paura che qualcuno gli avesse avvelenato la minestra, che la copertina di quel libro che leggeva di continuo contenesse un messaggio subliminale per lui, che se l’orologio del suo telefono mostrava quel determinato numero fosse un chiaro annuncio di sventura incombente.

Ma non pensiamo a Matteo come a qualcosa di distante da noi: viene da una buona famiglia, è laureato, ha un lavoro.
Matteo è uno di noi.
Matteo è una parte di noi.
Quale? La parte oscura, quella fragile. Il lato ombra per citare Jung.

Sono Matteo quei buchi di pensiero, quelle aree di non senso, quegli irrisolti che abbiamo dentro di noi, chi più chi meno, e che di fatto si manifestano attraverso bisogni, paure, ansie e angosce.

La fatica di cambiare

Cambiare qualcosa di sé può essere tanto desiderato e al contempo tanto temuto e allontanato, perché implica uno sforzo e una fatica, implica rendersi conto di ciò che non va o non funziona più.

Comporta a volte modificare alcune delle proprie relazioni. Lottare contro degli automatismi di pensiero che magari ci portano a non essere felici, ma che hanno il vantaggio secondario di essere conosciuti e assodati e perciò in un certo senso sicuri.

Credo che la psicoterapia sia un cammino personale verso il liberarsi da catene invisibili, che a volte va a discapito della sicurezza. Freud ne “Il disagio della civiltà” diceva che l’uomo ha sempre barattato la felicità per un po’ di sicurezza.

Un cammino che porta a essere presenti a se stessi, che porta a domandarsi ogni giorno se ciò che sto facendo e ciò che sono mi piace, che cosa voglio aggiustare, smussare, accentuare. Perché pensiamo spesso che la crescita e lo sviluppo di sé abbia a che fare solo con i bambini e gli adolescenti. Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Nel monologo de La tigre e la neve a un certo punto Benigni dice

Siate tristi e taciturni con esuberanza!

Per me quel passaggio significa non dover rifuggire da ciò che si sente, piacevole o spiacevole che sia, non averne troppa paura e non ritenersi sbagliati per ciò che si sente.

È vitale non smettere mai di crescere, di entusiasmarsi, di sentire ciò che si fa e di sentire le persone che si sono volute avere accanto a sé.

Credo sia importante continuare a chiedersi se la propria vita piace, se fa star bene, se funziona. Anche a costo di cambiar qualcosa. Perché cambiare qualcosa costa.

E chi inizia un percorso di psicoterapia, che lo abbia deciso o sia portato, che abbia 5 o 75 anni, sappia che troverà un terapeuta che proverà ad aiutarlo, portando insieme i carichi, facendone a metà per un po’, mettendo a disposizione anche la sua mente per pensare.

Affinché la vita sia un percorso che non porti a ingrigire, ma a brillare d’argento.

2 risposte a “Psicoterapia ai limiti”

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