Pensare l’emergenza e i suoi risvolti psicologici

“Dottoressa, ma lei che ne pensa di questa situazione?”

Questa è una domanda che mi sono sentita rivolgere spesso nelle ultime settimane in cui ho parlato davvero con molte persone: mi sono confrontata con alcuni colleghi, ho ascoltato amici e parenti e ho mantenuto lo spazio terapeutico con i pazienti grazie alle sedute online. E mi sono interrogata tanto prima di scrivere questo articolo.

Quali pensieri popolano la mia mente?

Beh la prima riflessione che mi viene da fare è che quando c’è una preoccupazione così forte è proprio difficile pensare. Perché lo spazio di pensiero viene occupato dalla paura o dall’ansia in alcuni casi.

L’ospite inatteso

La minaccia del COVID19 ha un impatto forte non solo a livello corporeo, ma anche emotivo e psichico perché può colpirci e mettere a rischio la vita nostra o dei nostri cari, perché ci costringe a una quarantena, perché ci isola dai nostri affetti (o ci costringe a convivenze forzate), perché crea preoccupazione verso i nostri affari e quindi verso un altro aspetto della sopravvivenza e perché stoppa i progetti che ci apprestavamo a realizzare. 

Ma anche perché non era previsto.

Forse nella mente di qualcuno fra noi si è palesata talvolta l’ipotesi di una guerra o di una catastrofe naturale: ahimè pochi anni or sono il nostro centro Italia è stato scosso da un terremoto che ha distrutto paesi interi e falciato vite. All’improvviso moltissime famiglie si sono viste private della presenza di alcuni loro cari e di amici senza averli potuti nemmeno salutare.

Ma chi fra noi si sarebbe mai immaginato, nel moderno e medicalizzato Occidente, di vivere una pandemia? Non erano cose solo di manzoniana memoria?!

Gli eventi imprevedibili producono un maggiore stress rispetto a quelli che si possono prefigurare mentalmente, perché ci si sente impotenti e impossibilitati a controllare ciò che accade.

Di fatto oggi non si conosce quale sia il futuro e l’evoluzione di questa pandemia: si susseguono i decreti emanati dallo Stato nel tentativo di contenere il contagio e molti di noi, incollati ai mezzi di informazione, vorremmo che qualcuno ci rassicurasse predicendo il futuro e garantendoci che davvero #andràtuttobene.

Ma la verità è che nessuno ce lo può assicurare. 

E ciò che ora possiamo e dobbiamo accettare e sopportare è di vivere alcune incertezze. E credo che questo possa mettere a dura prova i nervi.

Però sappiamo una cosa: se ci atteniamo alle indicazioni che ci vengono date, con buona probabilità, la scamperemo. 

Allora credo che una delle cose importanti da fare sia non perdere la fiducia.

Mantenere la fiducia

Per fare questo mi permetto di fare insieme alcune riflessioni e di condividere alcuni suggerimenti che mi sono venuti alla mente studiando e riflettendo su questa situazione.

Forse può aiutare tenere a mente che noi abbiamo un problema, NON SIAMO il problema: pensare costantemente ai rischi che stiamo correndo e alle difficoltà che stiamo vivendo non fa che portarci a una spirale di negatività capace di inquinare la nostra mente. 

Per prima cosa è bene informarsi non più di 2 volte al giorno: come indicato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, informarsi un numero di volte sufficiente e da siti e fonti ufficiali permette di non finire in un cortocircuito di pensiero creato dal panico, come a volte generano le notizie allarmistiche che girano sui social (rivelandosi poi molto spesso delle fake news).

Si può provare, per quanto possibile, a spostare il pensiero e a utilizzare il tempo che si ha a disposizione (se lo si ha) per occuparsi di ciò che interessa, piace, fa stare bene, genera sollievo e, perchè no, diverte: una lettura coinvolgente, una serie tv avvincente, un programma comico in tv, una chiamata o videochiamata agli amici e alle persone care, alcuni scaffali dell’armadio da riodinare possono trasformarsi in strumenti che aiutano a condurre il pensiero verso aree vitali e non mortifere, verso pensieri di vita capaci cioè di generare fiducia e speranza e non idee di morte e catastrofe. 

La riflessione che propongo qui non vuole andare nella direzione di una negazione della  preoccupazione o della sofferenza, ma vuole scovare il modo per evitare che esse si trasformino in angoscia e sovrastino il proprio stato d’animo.

Allenare la propria forza d’animo

Wilfred Bion, psicoanalista inglese, diceva che è dalla frustrazione che nasce il pensiero.

Per dirla in altro modo, potremmo usare le parole del cantautore De Andrè e dire che “dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior”.

Perché è proprio dalle difficoltà, dal senso di incapacità o di impossibilità che nascono le nuove idee e che ci si arrabatta per farcela, per trovare nuovi modi e venirne a capo.

Avete mai assistito a un bambino che tenta di muovere i suoi primi passi? Quante cadute che fa! E come si arrabbia! Ma è solo cadendo, fallendo e riprovandoci che ce la farà. Senza perdere la fiducia: né la sua né quella delle persone che gli stanno accanto.

Perché a volte anche zoppicando si può arrivare fino in fondo.

Come ci insegna la storia di Derek Redmond, classe 1965, velocista britannico, medaglia d’oro ai Mondiali, ai Giochi del Commowealth e agli Europei per la staffetta dei 400 mt. 

Ma Redmond non ce lo ricordiamo per le sue vittorie e le sue medaglie. 

Bensì per un’impresa epica, commovente, ricca di significati e che se non si conosce, vale la pena vedere, prima di aggiungere altro. 

 

Oggi credo che siamo tutti chiamati a trovare il Derek Redmond dentro di noi.

Un tempo per guardarsi dentro

Stiamo vivendo un’esperienza traumatica collettiva, che però può fornirci l’occasione per scendere in profondità, per riflettere su quanto, ad esempio, vogliamo continuare a fare ciò che stavamo facendo, quanto vogliamo portare fino in fondo le nostre imprese quotidiane, i nostri lavori, le nostre passioni. In un modo o nell’altro. Quanto vogliamo cambiare strada.

Possiamo andare alla ricerca della nostra parte Redmond, quella determinata e resiliente, e possiamo andare alla ricerca anche della nostra parte papà di Redmond, quella cioè che è capace di stare accanto nelle avversità, che non lascia soli, quella che accompagna e che fa forza, quella solidale.

Questo è un momento che ad alcuni può portare il tempo, se lo si desidera, di guardarsi dentro e di chiedersi: che cosa conta per me? Di che cosa ho bisogno? Cosa c’è di superfluo o addirittura dannoso nel mio modo di lavorare, amare, relazionarmi, vivere? Domande all’apparenza semplici, che in verità non sempre trovano facilmente una risposta. E che sono capaci di mettere in moto un processo di trasformazione, capace di rigenerare.

Sto parlando di introspezione: quell’attività che, come ci ricorda Umberto Galimberti in una sua intervista rilasciata pochi giorni fa in merito all’emergenza da COVID19, è la caratteristica dell’essere umano, che lo rende tale differenziandolo dagli altri esseri viventi sulla Terra e che pertanto sarebbe bene non dimenticarsi.

Questa pandemia ci costringe a fare i conti con l’impotenza e con il senso del limite.

Ci fa forse provare ciò che vivono tutti i giorni i malati cronici che non possono uscire di casa come e quando vogliono. 

Ci fa prendere coscienza che il nostro tempo e le nostre energie non sono illimitati.

Ci fa provare la fatica della limitazione della libertà, di stare in attesa: questa fatica la si vede a mio avviso in tutte quelle persone che non percepiscono le regole imposte come una garanzia verso la salute, bensì come una prigione ingiusta e cercano di evaderla mettendo a rischio la loro sicurezza e quella della comunità.

Ma è dalle difficoltà, dicevamo, che possono nascere le risorse.

Lavoriamo affinché questo sia un tempo che possa portare a guardare dal punto di vista dell’anima e non solo da quello dell’io, che porti a guardarsi dentro e a guardarsi attorno in un’ottica di solidarietà. 

Tenendo a mente ciò che scriveva Camus ne La peste:

”Ciò che è vero per tutti i mali del pianeta è vero anche per la peste. Aiuta gli uomini a elevarsi al di sopra di se stessi.”

 

Foto: Francesca Savino

4 risposte a “Pensare l’emergenza e i suoi risvolti psicologici”

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